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mercoledì 6 gennaio 2016

Surrealismo, tra inconscio e politica alla ricerca di un'esistenza migliore

André Breton, in una foto d'epoca
Oggi vi voglio parlare di un movimento che ha segnato la prima metà del XX secolo, in particolar modo nel periodo a cavallo delle due guerre, ma con strascichi e conseguenze che sono arrivati fino ai giorni nostri: mi riferisco al surrealismo
Il surrealismo è un movimento culturale molto diffuso nella cultura del Novecento che ha coinvolto tutte le arti visive, anche la letteratura e il cinema.

Questa è la definizione contenuta nel Primo Manifesto Surrealista del 1924 con cui André Breton, poeta e scrittore,  chiarì il ruolo e il campo d’azione del movimento surrealista da lui fondato negli anni successivi alla Prima guerra mondiale: “Automatismo psichico puro mediante il quale ci si propone di esprimere sia verbalmente, sia per iscritto o in altre maniere, il funzionamento reale del pensiero in assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione e al di là di ogni preoccupazione estetica e morale”.

La sfiducia nella ragione e il rifiuto della logica, colpevoli di un massacro che, nonostante la fine delle ostilità belliche, si andò perpetuando, spinse l’uomo verso la conoscenza del proprio inconscio. Le teorie psicoanalitiche di Freud aprirono un mondo sconosciuto, di cui i giovani che si erano riuniti intorno alla rivista Littérature, percepirono l’esistenza, e di cui scoprirono la forza liberatrice.

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Partendo dall'ambito del linguaggio i poeti surrealisti si proposero di scardinare le regole dettate dalla ragione, per lasciar fluire un pensiero “automatico” che esprimesse l’animo del poeta, oltre ogni preoccupazione artistica o estetica, nel tumulto delle passioni e dei desideri. Si trattò di ritrovare una dimensione che comprendesse al suo interno due stati in apparenza contraddittori, il sogno e la realtà: “una sorta di realtà assoluta, di surrealtà”, come appunto la definì Breton.

A questa liberazione dagli schemi logici, che dalla poesia doveva estendersi a tutte le attività della nostra vita, avrebbe dovuto corrispondere una rivoluzione nei rapporti sociali che liberasse l'individuo da ogni forma di costrizione. Profondamente immerso nel proprio tempo, il surrealismo si servì dell’eredità di alcuni spiriti moderni che lo avevano preceduto, recuperò esponenti del simbolismo come Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, Valery, assimilò lo humour distruttivo di Jaques Vaché, ma soprattutto si richiamò a Lautréamont, considerato, da Breton, il vero ispiratore del movimento.

Il surrealismo trovò in Marinetti e soprattutto in Tristan Tzara i segni precursori di una nuova poesia, che, liberata dalle regole del senso, poté finalmente aprire nuove prospettive al linguaggio e quando il movimento Dada da Zurigo si trasferì a Parigi, nel 1919, i surrealisti lo appoggiarono.
Il sodalizio ebbe vita breve: il desiderio di Breton di realizzare un’unità nell'uomo, frutto di un incontro fra conscio e inconscio, si scontrò con lo spirito di distruzione e di disimpegno di Tristan Tzara e nel 1922 avvenne la rottura definitiva.

Joan Mirò, il carnevale di Arlecchino, 1924-25
Da questo momento anche Littérature, che era divenuta il luogo di incontro con i dadaisti, divenne l’organo ufficiale di un movimento che volle passare all'azione. Con la pubblicazione del Primo manifesto del Surrealismo (1924) il movimento afferma la propria autonomia. Nacque una nuova rivista La Révolution Surréaliste che riportò i risultati delle numerose attività del gruppo: testi automatici, volantini politici, resoconti di sedute, disegni, che dimostrarono il tentativo di superare la fase legata all'esperienza letteraria, con lo scopo di invadere tutti i campi della vita.

La scrittura automatica, affiancata dall'esperienza dei sogni e dei sonni ipnotici, divenne il mezzo attraverso cui il poeta si rivelò in tutta la propria autenticità, l'ispirazione che nasce dall'inconscio del soggetto permise di esplorare la parte più oscura di ognuno di noi, la poesia, non più considerata un mezzo di espressione, divenne un'attività dello spirito, dove tutti divennero poeti.

Breton instaurò rapporti fecondi con alcuni artisti che gravitarono intorno al movimento Dada, come Marcel Duchamp, Francis Picabia e Hans Arp, ma soprattutto individuò nel lavoro di Max Ernst, André Masson e Joan Miró, la possibilità di procedere, attraverso una scrittura automatica, alla creazione di una pittura surrealista. Nel 1926 il sodalizio con gli esponenti delle arti plastiche venne sancito dall'apertura della Galleria Surrealista che inaugurò con una mostra di Man Ray, altro artista da tempo molto vicino al gruppo.

André Masson, Automatic Drawing ,1924
Masson per primo cercò di applicare l’automatismo all'arte, realizzando numerosi disegni totalmente spontanei, con cui illustrò i numeri di La Révolution Surréaliste, dove una linea aperta e tortuosa, seguendo i percorsi di un movimento interiore, di tanto in tanto si chiude in figure. In un secondo momento l’artista cercò di trasferire questa libertà creativa anche ai dipinti, inaugurando, nel 1927, la serie dei tableaux de sable, senza riuscire completamente nell'intento, tanto che dal 1929 non partecipò più alle iniziative surrealiste.

I primi collages di Max Ernst, giunti a Parigi nel 1920, suscitarono vivo interesse da parte dei surrealisti, ma fu con la pubblicazione del Primo Manifesto, che l’artista scoprì che l’automatismo in pittura corrisponde esattamente alla tecnica del frottage, che utilizzò per i disegni della Histoire naturelle; nel saggio Au-delà de la peinture (1937) Max Ernst ripercorse e spiegò come il frottage, prassi meccanica, poté evocare immagini che provenienti dall’inconscio profondo. Nello stesso saggio l’artista sottolineò che anche nei collages, precedenti a questo periodo, fu presente lo stesso tipo di automatismo: da un accostamento casuale di singoli elementi, nacquero immagini totalmente inedite.

Max Ernst, l'éléphant Célèbes, 1921
Pur rimanendo in disparte e distante dagli eccessi del gruppo, Joan Miró propose un universo che sembrò la realizzazione grafica di situazioni deliranti: un immaginario di allucinazioni che al di fuori di ogni controllo della ragione, unì realtà inavvicinabili. Intanto all'interno del gruppo surrealista si discusse sull'opportunità di dare una svolta politico-sociale al movimento; il dibattito sfociò nell'iscrizione al Partito Comunista Francese di Aragon, Breton, Eluard, Péret e Unik che sancì una presa di posizione ideologica che provocò numerose scomuniche. Molti artisti, accusati di dedicarsi con maggiore impegno alla propria opera, anziché alla causa rivoluzionaria, vennero ingiustamente allontanati da Breton.

Con il Secondo Manifesto (1929) Breton, analizzando gli esiti della prima fase del movimento, individuò nella mancanza di rigore, il punto debole a cui porre rimedio, con un'epurazione che colpì tutti coloro che non avevano dimostrato il massimo rigore. Questo richiamo ai principi portò forze nuove all'interno del movimento; mentre vennero riaccolti Yves Tanguy, il poeta degli spazi desertici e sottomarini dove sembrano vegetare esseri minerali, e Man Ray, il creatore di una serie di "oggetti surrealisti" ante litteram; appave sulla scena Salvador Dalì con il film Un chien andalou realizzato insieme a Luis Buñuel.

L’anno successivo venne pubblicata la seconda rivista del movimento Le Surréalisme au service de la Révolution e, se da un lato ci si assoggettò alle necessità rivoluzionarie, dall'altro, si ritornò ad esplorare gli ambiti della follia e della normalità, della demenza e del cosiddetto equilibrio. In questo contesto Dalì propose la teoria della "paranoia critica", si trattò di un metodo spontaneo di conoscenza irrazionale. Dalì espose la sua teoria in numerosi testi: "Tutta la mia ambizione sul piano pittorico consiste nel materializzare con violenta precisione le immagini dell’irrazionalità concreta e del mondo dell’immaginazione più in generale".

Salvador Dalì, il grande masturbatore, 1929
Questa via dell’imitazione del sogno sarà battuta non solo dal fantastico Dalì, ma anche da Magritte che, con il suo umore freddo, ripercorse esperienze oniriche, realizzando composizioni dove, all'interno di una realtà perfettamente credibile, uno o più elementi inusuali o contraddittori provocano un senso di spaesamento e di inquietudine. A questi artisti che operarono direttamente nell'ambito del sogno, si aggiunsero Leonora Carrington, Dorothea Tanning, Paul Delvaux, Hans Bellmer e Félix Labisse. Continuando su questa via si aprì la nozione di "oggetto surrealista", i riferimenti sono certamente i ready made di Duchamp e dei dadaisti, ma la diversità sta nel fatto che i surrealisti iniziano a fabbricare oggetti che furono traduzioni fisiche delle immagini dei sogni, una materializzazione dei desideri dell’inconscio.

René Magritte, il fantino perduto, 1926
Nel 1933 Breton, Eluard e Crevel vennero espulsi dal Partito Comunista Francese, la rivista cessò le pubblicazioni e venne sostituita da Minotaure diretta da Tériade, che dedicò maggiore spazio agli artisti, pubblicando le immagini delle loro opere. Iniziò un periodo di grande espansione, in diversi paesi si formarono gruppi surrealisti che organizzarono importanti mostre come quella di Londra del 1936 o la fragorosa esposizione internazionale del surrealismo che ha luogo a Parigi alla Galerie des beaux-arts nel 1938. Problemi politici, dopo un periodo di pausa, ritornarono in tutta la loro intensità: Breton incontrò Trockij in Messico, Eluard si riavvicinò al Partito Comunista, Dalì venne espulso a causa delle sue simpatie per i fascisti, poi la guerra ne provocò la diaspora. La maggior parte dei surrealisti riparò in America dove, senza fondare un vero e proprio gruppo, continuò l’attività.

L’influenza del surrealismo sullo sviluppo dell'arte contemporanea ha avuto un'importanza fondamentale, da un lato ha contribuito ad assottigliare il diaframma fra le diverse arti, dall'altro, con la scoperta della forza creativa dell’inconscio, ha aperto la strada ad esperienze prima inimmaginabili. La spontaneità automatica ha certamente stimolato l’espressionismo astratto della scuola di New York e rinnovato l’opera di Arshile Gorky, così come i drippings di Jackson Pollock non possono prescindere dall'esperienza surrealista.

Al di là di ogni considerazione storica il surrealismo non fu né una scuola estetica né una formula plastica, ma una presa di coscienza di un’attività creatrice che, esercitata attraverso la libertà totale dell’ispirazione, permise di esplorare le zone più oscure della nostra soggettività, per raggiungere un’esistenza migliore.

Continua l'esplorazione

→ René Magritte
→ René Magritte ritrattista

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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