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venerdì 19 maggio 2017

L'impero delle luci, René Magritte

René Magritte, particolare dell'opera
L’impero delle luci è senz'altro uno dei dipinti più straordinari realizzati da René Magritte, per la sensazione atmosferica che riesce a comunicare, ed è uno dei quadri che richiama di più gli ideali surrealisti. Venne realizzato da Magritte nel 1954, usando la tecnica dei colori a olio su una tela di 146 per 114 centimetri. In realtà esistono diverse versioni di questo dipinto: la prima, del 1950, conservata nel Museum of Modern Art di New York; la seconda, del 1954, esposta al Musées Royaux des Beaux-Arts in Belgio; una terza, opera realizzata nel 1967 e conservata in una collezione privata.
Quella di cui parlaremo è del 1954 ed è oggi esposta presso la Collezione Peggy Guggenheim a
Venezia.

L’immagine è quasi fin troppo semplice, e sicuramente vi domanderete perché riesce tanto ad affascinare. Apparentemente vediamo una villetta che sembra un po’ isolata nel verde, immersa in una profonda e totale oscurità. Le uniche cose che attenuano il buio, sono delle luci artificiali provenienti dall’interno di alcune camere della villetta e da un lampioncino che rischiara il giardino esterno e il laghetto antistante. A un primo sguardo, ci pare una perfetta raffigurazione di un normale paesaggio con dettagli quasi fotografici.

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Magritte realizza un accostamento tra momenti temporali diversi: guardando il dipinto con più attenzione viene subito da chiedersi se è giorno oppure notte. Infatti potete notare un cielo molto luminoso, percorso da nuvole bianche, che pare proprio mattutino. Contro questo cielo azzurro e rassicurante si stagliano però le masse nere e buie degli alberi, accentuati ancora di più dalle luci accese, come se fosse già sera o notte. Non è più il paesaggio mattutino che sembra all’inizio, ma qualcosa di ambiguo e molto strano. L’accostamento è inatteso: il cielo è visto di giorno, mentre la metà inferiore, dove c’è la casa con il lampione acceso, è un’immagine notturna. È proprio questa diversità di luci che, passando quasi inosservata, riesce a creare un’atmosfera inedita e affascinante, forse inquietante da vedere perché ci fa pensare a qualcosa di tragico che può accadere da un momento all'altro.


Quest’inquietudine nasce dalla contraddizione tra tutto ciò che conosciamo e di cui siamo certi e ciò che sembra mettere in dubbio le nostre certezze. Questo tipo di associazione ambigua è molto simile alle immagini dei nostri sogni, quando, per esempio, mescoliamo frammenti di oggetti diversi e i confini tra cose distinte svaniscono. È proprio questo il segreto del suggestivo linguaggio figurativo di Magritte. Senza abbandonare i mezzi convenzionali del mestiere di pittore (come i colori ad olio, le tele, la resa esatta dei chiaroscuri e dei particolari della realtà), Magritte mette in dubbio l’abituale percezione di come vediamo il mondo. Alcuni ritengono che una delle due parti del dipinto rappresenti la realtà e l’altra la trasfigurazione della stessa, con al centro il grande albero, filtro della coscienza e della ragione.

René Magritte, l'impero delle luci, 1953–54
Magritte è uno dei principali rappresentanti del surrealismo, ma, come altri artisti belgi, si allontanò definitivamente da questo movimento al termine della Seconda Guerra mondiale. Questa rottura non comportò la rinuncia dell’artista a rappresentare il lato oscuro e misterioso della realtà. Per Magritte il mistero è nella realtà che ci circonda, nelle cose che conosciamo e delle quali siamo abituati a vedere il solito aspetto quotidiano. Il grande genio di Magritte è quello di disporre oggetti comuni in luoghi impensati. Magari li ingigantisce, così da renderli impossibili. Basta un accostamento insolito per rivelarci qualcosa del mondo reale che ha il potere di stupirci e incantarci.


Nel quadro L’Impero delle luci l’artista mise in contrasto il cielo chiaro con la parte oscura della villetta, per farci vedere come un paesaggio ameno possa trasformarsi in qualcosa d’inquietante ai nostri occhi. Per Magritte, come per tutti i pittori surrealisti, l’immagine non è al servizio della riproduzione della realtà, ma è una cosa a sé, esiste in maniera del tutto indipendente rispetto alla cosa che rappresenta. Per esempio: perché unire in una sola e unica scena due momenti così differenti? Magritte interpretava l’opera in questo modo: "Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e di notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia."


Compito dell’artista, per Magritte, è interpretare la realtà, far emergere la verità nascosta. Il mistero lo troviamo quindi in queste associazioni inaspettate e del tutto preconcette. L’osservatore è invitato a interrogare queste immagini il cui senso gli sfugge, a un primo sguardo. Anche il titolo resta un enigma: L’Impero delle luci non definisce testualmente l’immagine, perché questa non descrive mai un qualcosa di convenzionale. Nelle opere di Magritte non si parla mai di paesaggi, né di ritratti, né di nature morte. Il titolo dell’opera doveva sempre spaesare sufficientemente gli osservatori in modo che si interrogassero sul senso dell’immagine. Era inoltre necessario che il titolo introducesse a una dimensione poetica, che facesse lavorare l’immaginazione dell’osservatore, sia con ciò che mostra sia con ciò che non mostra, ma suggerisce. Se la poesia di un’opera d’arte sta nella sua capacità di turbarci, di farci pensare, di estraniarci dalla realtà e di sorprenderci, allora questo dipinto di Magritte è un capolavoro assoluto e a noi spettatori non resta che perderci in esso.

Continua l'esplorazione

→ René Magritte
→ Surrealismo, tra inconscio e politica alla ricerca di un'esistenza migliore
→ René Magritte ritrattista

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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