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mercoledì 10 maggio 2017

Umberto Boccioni


Milanese sì, ma nato in Calabria, Umberto Boccioni ci appare come un frutto imprevisto dell’Unità d’Italia: provinciale, ma allo stesso tempo nazionale e proiettato nel centro delle correnti culturali europee. L’artista nacque a Reggio Calabria nel 1882. Trascorsi gli anni dell’infanzia tra Forlì, Genova e Padova, finì i suoi studi a Catania e cominciò ad avvicinarsi al mondo della letteratura. Nel 1899 si spostò a Roma: nella capitale scoprì la sua passione per la pittura e conobbe l’artista Gino Severini, con cui condivise un grande interesse per l’arte figurativa. I due artisti frequentarono lo studio di Giacomo Balla, che spiegò loro i fondamenti della tecnica divisionista, con la sua separazione del colore in piccole pennellate filamentose sovrapposte.

Allo stesso tempo li stimolò ad approfondire una maniera compositiva basata sull’affinità con la tecnica fotografica dello scorcio. Sarà Balla a orientare Boccioni verso quel contrasto di colori primari che si tingerà di valori sempre più drammatici e brutali e sarà sempre Balla a contagiarlo con il suo amore per il paesaggio e per la natura, costantemente presenti nei dipinti di Boccioni. Dopo questi anni legati all’insegnamento del maestro, nella primavera del 1906 l’artista partì per Parigi, forse stanco della vita di provincia che conduceva.

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L’impatto con la dimensione della metropoli fu eccezionale: il giovane rimase conquistato dalla modernità della capitale francese che all’epoca si impose come faro del progresso e delle novità scientifiche e tecniche, fulcro della frizzante ed euforica →Belle Epoque. Nell’estate dello stesso anno l’artista viaggiò attraverso la Russia, insieme a una famiglia conosciuta a Parigi. Nel dicembre del 1906 tornò in Italia trasferendosi a Padova, dove stavano la madre e la sorella, ma presto sentì che la vita della piccola città di provincia non faceva per lui. In quel periodo cominciò ad annotare tutte le sue ansie e i suoi pensieri in un diario che è giunto fino a noi e che è diventato uno straordinario e intimo strumento per comprendere meglio l’evoluzione e la crescita dell’artista.


Fu questo un momento cruciale per il pittore che mise in discussione la sua pittura, esprimendo la volontà di cercare nuove strade da percorrere lasciando modi e soggetti del passato. Questa ricerca coincise con l’esigenza di staccarsi dall’insegnamento di Balla e da quel verismo divisionista nel quale non vide più nulla di nuovo e interessante. Boccioni pensò che per rappresentare i moderni ritmi della civiltà contemporanea servisse qualcosa di diverso dal semplice studio del vero. Continuò quindi a viaggiare e sperimentare: nel 1907 andò a Venezia dove si applicò nella nuova tecnica dell’acquaforte. Nello stesso anni si trasferì a Milano, dopo aver trascorso una settimana a Parigi per visitare la mostra dei divisionisti italiani. I primi mesi del periodo milanese furono difficili per il pittore che sempre dalle pagine del suo diario ci trasmette un senso di forte e sofferta ricerca, divisa tra simbolismo ed espressionismo.


Come spesso avviene nelle nostre vite, fu un incontro a cambiare definitivamente quella di Boccioni. Tra la fine del 1909 e l’inizio del 1910 l’artista conobbe Filippo Tommaso Marinetti, poeta, scrittore e drammaturgo, fondatore del futurismo. Il futurismo è il primo movimento storico d’avanguardia italiano, che sarà decisivo per Boccioni nel suo strappo definitivo con il passato e con gli schemi tradizionali ancora presenti nella sua arte. Nacque proprio da questo incontro il movimento pittorico futurista, forse il più importante contributo italiano all’arte del XX secolo, il cui primo manifesto venne pubblicato nel febbraio del 1910 con le firme di Boccioni, Carrà, Rùssolo, Severini e Balla.

Umberto Boccioni, elasticità, 1912
I futuristi esplorarono ogni forma di espressione, dalla pittura alla scultura, alla letteratura, alla musica, all’architettura, al cinema e persino alla gastronomia. Il testo con cui questi artisti si presentarono terminava con queste parole: "È dall’Italia che noi lanciamo per il mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il futurismo perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari. Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagli innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri".

Umberto Boccioni, la città che sale, 1910
A questa dichiarazione prepotente contro la polvere e le ragnatele che bloccavano l’arte italiana, seguì nell’aprile dello stesso anno un annuncio, che spiegò l’idea pittorica dei futuristi: riprodurre nei dipinti la percezione dinamica dell’epoca moderna e trascinare lo spettatore verso il centro del quadro catturandone l’attenzione. La maturazione espressiva del movimento però avvenne più gradualmente rispetto all’aggressività verbale che caratterizzò l’attività iniziale dei futuristi. La prima esposizione futurista avvenne nell’estate del 1910 alla Ca’ Pesaro di Venezia, confermando nell’arte di Boccioni ancora un legame con le forme d’arte del passato. I futuristi si dotarono presto anche di un organo propagandistico diretto: l’unione d’intenti con diversi letterati fiorentini tra cui Sòffici e Papini trasformò la rivista Lacerba nel medium ufficiale degli intenti futuristi. Grazie anche alla conoscenza del cubismo, Boccioni si liberò lentamente delle influenze del passato giungendo alla frantumazione del colore e dello spazio e generando nel 1910 la potente e vorticosa visione de La città che sale.

Umberto Boccioni, la strada entra nella casa, 1911
Boccioni a partire da quest’opera trasferì in pittura le sue teorie sulla simultaneità e sul dinamismo, teorie espresse nel Manifesto tecnico della pittura futurista, pubblicato nell’aprile del 1910 con gli altri compagni futuristi. L’artista tentò in questo modo di ricreare sulla tela una sintesi di tutto quello che lo circondava: negando i concetti di spazio e tempo, Boccioni mise in opera una rappresentazione visiva simultanea dell’interno e dell’esterno, di spazio e movimento in tutte le direzioni. Nei dipinti che seguirono, come La strada entra nella casa e Visioni simultanee, l’artista separò la visione tradizionale raffigurando un mix di elementi in un’unica immagine caleidoscopica e roteante, dove i fasci di linee nei dipinti corrispondono a tutte le forze dinamiche. A proposito del dipinto La strada entra nella casa, lo stesso Boccioni scrisse: "La sensazione dominante è quella che si può avere aprendo una finestra: tutta la vita, i rumori della strada, irrompono contemporaneamente come il movimento e la realtà degli oggetti di fuori. Il pittore non si deve limitare a ciò che vede nel riquadro della finestra, come farebbe un semplice fotografo, ma riproduce ciò che può vedere fuori, in ogni direzione dal balcone".

Umberto Boccioni, visioni simultanee, 1912
Fu proprio tra il 1911 e il 1912 che Boccioni sviluppò le sue teorie sull’energia generata dall’oggetto in moto, le sue traiettorie di movimento nello spazio, quelle "linee-forza" che nei manifesti futuristi vengono ben descritte. Nel 1912 il gruppo futurista, per merito della forza trainante di Marinetti, decise di trasmettere il movimento a livello internazionale. Per fare questo, organizzò mostre nelle principali capitali europee, da Parigi a Londra, da Bruxelles a Berlino e Boccioni seguì le opere in un viaggio tra tappe principali. La prima mostra parigina alla Galerie Bernheim-Jeune andò molto bene all’artista, come pure la successiva a Londra, dove riuscì a vendere al celebre pianista Ferruccio Busoni La città che sale, durante l’esposizione alla Sackville Gallery.

Umbreto Boccioni, forme uniche della continuità e dello spazio,
1913
L’artista, nello stesso anno cominciò a interessarsi alla scultura, pubblicando nell’aprile del 1912 il suo manifesto, in cui espresse commenti negativi nei confronti delle sculture tradizionali: "La scultura deve far vivere gli oggetti rendendo sensibile, sistematico e plastico il loro prolungamento nello spazio, poiché nessuno può più dubitare che un oggetto finisca dove un altro comincia e non v’è cosa che circondi il nostro corpo: bottiglia, automobile, casa, albero, strada, che non lo tagli e non lo sezioni con un arabesco di curve e di rette... Proclamiamo che l’ambiente deve far parte del blocco plastico come un mondo a sé e con leggi proprie; che il marciapiede può salire sulla vostra tavola e che la vostra testa può attraversare la strada mentre tra una casa e l’altra la vostra lampada allaccia la sua ragnatela di raggi di gesso".

Umberto Boccioni, materia, 1912
Presero così vita le prime sculture dell’artista, realizzate con materiali diversi: nel gesso Boccioni inserì frammenti di realtà: crini di cavallo, vetro e legno. Forme uniche della continuità nello spazio fu il più efficace riassunto sulla forma in moto e la sua relazione con l’ambiente. La figura attraversa lo spazio creando un’energia interna tutta sua, frantumandosi nella sua azione, e formando un tutt’uno con l’atmosfera che la circonda. Anche se non potete andare fino al Moma di New York, potete vedere quest’opera tutti i giorni sulle monete da venti centesimi di euro italiani. Insieme a questi studi sul dinamismo plastico, nello stesso periodo Boccioni trasferì anche in pittura i suoi ragionamenti, in opere quali Materia, Volumi orizzontali, Elasticità e Antigrazioso.

Umberto Boccioni, antigrazioso, 1912
Successivamente l’artista provò una maggiore fusione tra i corpi e lo spazio, a partire dal 1913 in una serie di opere denominate Dinamismi: Boccioni a questo scopo utilizzò colori sempre più violenti e brillanti. Una fase di grande attività artistica ed espositiva a cui seguì un periodo di riflessione, costellato da molti articoli, che l’artista realizzò per Lacerba, raccolti poi nel volume Pittura scultura futuriste del 1914, che racchiude anni di lavoro in un condensato teorico. In questo trattato Boccioni studiò il rapporto tra la pittura futurista e quella cubista mettendo però in evidenza il desiderio della prima di superare con il dinamismo e la simultaneità lo staticismo della seconda. In questi anni venne anche scritto dall’artista un manifesto sull’architettura che restò inedito fino al 1972. Boccioni a questo punto entrò in una fase di crisi profonda che coincise con la sua messa in discussione del futurismo stesso e con la partecipazione alle dimostrazioni anti-austriache che volevano far partecipare l’Italia alla Prima guerra mondiale. Nel 1915 l’Italia fece il passo fatale ed entrò in guerra. Boccioni, interventista, si arruolò volontario: dopo una prima esperienza nel 1915 all’interno del Battaglione volontari ciclisti, si arruolò l’anno seguente nell’esercito. Nell’agosto del 1916 morì a soli 34 anni a causa di una caduta da cavallo durante un’esercitazione militare, a Chievo, frazione di Verona. Nel luogo esatto dell’incidente, una stradina immersa nella campagna, oggi si trova la sua lapide commemorativa.

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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